Agroalimentare, ecco la mafia 3.0: Puglia al terzo posto in Italia

La chiamano mafia 3.0. Giancarlo Caselli, uno che di criminalità se ne intende, oggi presidente del comitato scientifico della fondazione «Osservatori

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La chiamano mafia 3.0. Giancarlo Caselli, uno che di criminalità se ne intende, oggi presidente del comitato scientifico della fondazione «Osservatorio agromafie», la definisce «mafia liquida», per la capillare capacità di infiltrazione nel tessuto economico. Come l’acqua. I tentacoli della Piovra del malaffare si allungano anche sui campi per un business che non conosce crisi. E non risparmiano la Puglia, terra di conquista.
L’allarme, a colpi di statistiche e di dossier, forse viene sottovalutato rispetto ad altre tipologie di reati. Un errore pagato a caro prezzo perché la rete criminale si sovrappone perfettamente alla filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita. Condizionando così scelte politiche, riciclando danaro sporco, condizionando i prezzi dei prodotti, ottenendo al complicità di funzionari e dirigenti pubblici senza scrupoli, soffocando inevitabilmente l’imprenditoria onesta e virtuosa.

In questo pentolone ribollente c’è di tutto: furti, racket, usura, lavoro nero, contraffazioni, sofisticazioni, estorsioni, abigeato, frodi alimentari, truffe comunitarie. Un magma in movimento (la torta a livello nazionale è quantificata dall’Eurispes in 25 miliardi di euro con un aumento del 12,4 per cento rispetto all’ultimo anno) con gli inevitabili rischi per la salute, se si pensa ai danni ambientali, alle discariche abusive, alla gestione dei rifiuti, alla terra dei fuochi.
Sempre Giancarlo Caselli, punta il dito contro un altro aspetto fondamentale: «l comparto agroalimentare si presta ai condizionamenti e alle penetrazioni: poter esercitare il controllo di uno o più grandi buyer significa poter condizionare la stessa produzione e di conseguenza il prezzo di raccolta, così come avere in proprietà catene di esercizi commerciali o di supermercati consente di determinare il successo di un prodotto rispetto ad altri».

C’è poi un altro tassello del puzzle che alimenta in maniera indiretta il fenomeno. La crisi economica ha cambiato le abitudini degli italiani a tavola. In pratica si preferisce l’acquisto di alimenti più economici, a volte troppo economici, dietro i quali prolifera una zona grigia in grado di minare la salute. I cibi low cost. Ma pochi consumatori sono attenti a questo particolare, nonostante dai sondaggi emerga una elevata sensibilità, molto teorica, sulla sicurezza agroalimentare.
Torniamo alla Puglia. Il valore della produzione agricola 2018, secondo l’Istat, sfiora i 5 miliardi di euro. Un vero e proprio tesoro. In termini di importanza si può paragonare all’equivalente per l’Arabia Saudita del petrolio. Così siamo – per l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare – una regione a forte rischio ed al terzo posto nazionale, con un livello di infiltrazione criminale pari all’1,31%, preceduti solo da Calabria (2,55%) e Sicilia (2,08%). ll fenomeno è cresciuto di intensità negli ultimi cinque anni a Bari 1,39%; Taranto: 1,30%; Barletta-Andria- Trani: 1,27%.

Palma nera – secondo la Coldiretti – alla provincia di Bari, nella graduatoria che fotografa l’intensità del fenomeno nelle province italiane. Si piazza al decimo posto, seguita a ruota da Taranto al 15°, la provincia di Barletta-Andria-Trani al 18° posto, Lecce al 28°, Brindisi e Foggia rispettivamente al 46° e 47° posto. I ruoli si invertono se si esamina l’indice di permeabilità delle agromafie che raggiunge 100 a Foggia, 66,80 a Brindisi, 44,75 nella Bat, 34,56 a Taranto, 30,75 a Bari e, infine, 25,94 a Lecce.«In Puglia sono 2.489 i terreni sequestrati alle mafie, il 9,5% dei 26mila 200 sparsi in tutta Italia. La destinazione dei beni di provenienza mafiosa si presenta lunga e confusa. Sono poi numerosi i casi in cui alcuni beni sono di fatto ancora nella disponibilità dei soggetti mafiosi. Così vengono sprecati tra i 20 ed i 25 miliardi di euro per il mancato utilizzo dei beni confiscati ed in Puglia tra l’1,9 e i 2,37 miliardi a causa di inadempienze, procedure farraginose e lungaggini burocratiche», denuncia ancora le organizzazioni del settore.

La mafia 3.0 ha anche il suo calendario stagionale: si tagliano i ceppi dell’uva da vino a scopo intimidatorio tra marzo e aprile, si ruba l’uva da tavola da agosto a ottobre, poi tocca alle olive da ottobre a dicembre (una squadra ben organizzata in 30 minuti raccoglie 60 kg di prodotto del valore di 100 euro), alle mandorle a settembre e alle ciliegie a maggio. Il furto di ortaggi non conosce soste: va bene tutto l’anno. Danni da aggiungere a quelli dei cambiamenti climatici e della xylella. Una situazione incandescente, pronta ad acuire due dei più complessi problemi degli imprenditori pugliesi: l’accesso al credito e al costo del lavoro. Il passo successivo è bussare alla porta del «credito facilitato» dell’usura e rivolgersi al caporalato pronto ad assicurare manodopera a basso costo e soprattutto niente problemi sindacali. La porta d’ingresso principale della criminalità nella regolare conduzione di un’azienda: l’evoluzione e la capacità di mutazione della Piovra portano oggi i nuovi padrini a diventare soci. Le agromafie di casa nostra diversificano i servizi e seguono le richieste del mercato con attenzione: l’Ispettorato del lavoro certifica come il 50 per cento delle aziende agricole pugliesi risulti in una condizione di irregolarità, il 64 per cento dei lavoratori sia in nero e il 75 per cento è rappresentato da lavoratori assunti in agricoltura in condizioni di clandestinità.
Le ultime notizie di cronaca rilanciano i campanelli d’allarme. Dall’incendio doloso che ha distrutto sette ettari di campi coltivati a grano, all’azienda agricola che ha reclutato 2mila operai facendoli lavorare fino a 15 ore al giorno con una retribuzione oraria di 2 euro e 50 centesimi.

I controlli affidati alle forze dell’ordine ci sono. A tutti i livelli. Lo dimostrano gli arresti, i sequestri patrimoniali, le denunce. Ma è chiaro come la normativa vigente sia una specie di colabrodo. Troppi buchi neri finiscono per annullare l’efficacia del contrasto sul piano preventivo e repressivo. Insomma, manca una deterrenza efficace. C’è una riforma dei reati agroalimentari, diventati molto più complessi e raffinati, ferma sui tavoli della politica. La Puglia aspetta.

Fonte:La Gazzetta del mazoggiorno

 

 

 

 

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